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31 ottobre 1632 in Olanda a Delft, nella calvinista Chiesa Nuova, viene
battezzato Johannes (Jan) Vermeer, secondo figlio di Reynier Vos, detto
Van der Meer o Vermeer, tessitore, mercante d'arte, proprietario della locanda
"Alla Volpe" (Vos) sulla piazza del mercato, e della moglie Dymphna.
Nell'ottobre
del 1652 muore Reynier lasciando la famiglia in seri problemi economici.
Il 20 aprile
del 1653, a 21 anni, Johannes sposa Catharina Bolnes, nata a Gouda da
famiglia cattolica ricca, ma devastata da violenti litigi e continui maltrattamenti
che avevano portato alla separazione giudiziaria dei genitori ed allo
schierarsi dei figli in campi opposti, le due figlie con la madre e il
figlio con il padre; ciò aveva causato la divisione dei beni e
il decadimento generale della famiglia. Il pittore trovò iniziali
resistenze da parte della suocera Maria Thins, che non firmò l'assenso
alle nozze sperando forse per la figlia in un matrimonio più facoltoso,
e probabilmente si convertì al cattolicesimo per compiacerla.
Catharina forse fu la musa ispiratrice del pittore e la loro deve essere
stata una buona unione. Infatti dal matrimonio nacquero 15 figli, battezzati
come cattolici, di cui 11 sopravvissuti all'età infantile; questo
numero di bambini era insolitamente elevato per l'Olanda del sec. XVII,
dove, a tutela del benessere economico, anche presso le famiglie borghesi
cattoliche si pianificava la nascita di non più di due o tre figli.
Il 29 dicembre Vermeer venne accolto nella gilda di San Luca, la corporazione
degli artisti, con la qualifica di pittore, ma dovette dilazionare la
quota di iscrizione in lunghe rate sino al 1956. Della corporazione sarà
decano nel 1662-1663 e nel 1669 - 1670.
Nel 1670
muore la madre da cui Johannes ereditò la locanda e il commercio
d'arte, ma anche debiti ed ipoteche.
Nel marzo
del 1675 la suocera Maria Thins lo delega in una questione testamentaria,
a testimonianza della stima che la lunga convivenza aveva certamente portato
nei rapporti con il genero.
A luglio Vermeer contrae un debito di 1.000 fiorini.
Il 15 dicembre, a 43 anni, muore e viene sepolto nella cattolica Chiesa
Vecchia. Lascia 11 figli di cui 8 in età minore. La moglie testimonierà
nel 1676 che i debiti contratti per la difficoltà di mantenere
tanti figli lo avevano precipitato in una depressione da cui non si riprese
e che improvvisamente da un giorno all'altro da sano si ritrovò
malato e morì, probabilmente di un attacco di cuore.
Il naturalista e amico Antonie Van Leeuwenhoeck venne nominato esecutore
testamentario.
Catharina, pur fra debiti enormi e solo con l'aiuto della madre, vissuta
sino a 87 anni, lottò perché i dipinti non finissero nelle
mani dei creditori. Ma già nel 1676, per saldare vecchi debiti
per forniture di pane, dovette cedere due quadri al fornaio Hendrik Van
Buyten, che già in precedenza aveva acquistato un dipinto. Inoltre
cedette alla madre, ufficialmente per rifonderla di vari prestiti ma probabilmente
per salvare l'opera dalla vendita giudiziaria, l'Allegoria della Pittura,
ma il dipinto, nonostante le vivaci rimostranze delle due donne, venne
ugualmente messo all'asta l'anno dopo dal curatore testamentario. Infatti
il 15 marzo 1677 venne tenuta un'asta dei lasciti dell'artista, di cui
è rimasto l'elenco dei beni, ma non purtroppo il catalogo dettagliato
dei quadri.
A Vermeer
vengono attribuiti 35/36 dipinti, generalmente di piccolo formato, dove
la luce è l'ingrediente più prezioso, possedendo una sua
palpabile consistenza che tocca le cose e le rende vive. L'interpretazione
è libera da preoccupazioni narrative e tutta affidata alla pura
visione e calcolata nel collegamento fra spazio, luce e colore.
L'omogeneità della sua produzione incentra tutti i soggetti nell'universo
chiuso della tranquilla quotidianeità domestica (sono tutte scene
di interni tranne due soggetti sacri, una scena mitologica, due vedute
di città, due allegorie e quattro studi di teste) dove l'estrema
economia del gesto e la riservatezza dell'espressione dei personaggi creano
sovente un'atmosfera nostalgica e misteriosa. Ma, come detto dai critici,
in Vermeer l'importanza dei personaggi dipende dalla macchia che fanno,
non dall'idea che esprimono: la poesia delle sue opere è soprattutto
di natura ottica ed il suo interesse è puramente formale, apparentemente
indifferente all'espressione interiore.
Nel suo ristretto universo domestico le donne sono soggetto privilegiato,
comparendo circa 40 volte contro le 14 volte in cui compaiono gli uomini,
non sono mai belle secondo i canoni convenzionali ed è evidente
che il pittore ha usato come modelle conoscenti o donne della famiglia,
anche forse per il vantaggio economico del risparmio sulle lunghe ore
di posa di una modella professionale. Anche i richiami all'amore sono
limitati e decorosi sino al limite del puritanesimo e i nudi sono totalmente
assenti, fatto naturale in un artista interamente dedito alla rappresentazione
dello spazio domestico femminile, raffigurato secondo le esigenze di segretezza,
intimità, comodità e lusso tipiche della ricca borghesia
olandese. Alcuni critici hanno sottolineato che in questa dolce atmosfera
soffocante il pittore non sembra aver avvertito l'esigenza di scuotersi
dalla pesante soggezione alle donne della sua casa, ma sembra piuttosto
vittima bendisposta e placidamente acquiescente.
In questo universo familiare sono assenti i bambini, che pur numerosissimi
circolavano per casa, segno che probabilmente dal pittore sono stati identificati
con il peso dei doveri di un padre verso la prole, forse figli che distraevano
l'artista dal puro interesse pittorico, più fonte di preoccupazioni
che di spontanea, gioiosa affettuosità
Dalla sua scarsa produzione, dalla tecnica lenta e laboriosa, dalla meticolosità
tormentata e dalla perfezione ermeticamente chiusa del suo sistema di
pittura, che si è detto "essudare silenzio", si è
supposto che Johannes fosse di temperamento schivo, introverso e metodico.
Ossessionato fino alla forzatura figurativa dall'idea di conquistare la
dimensione della profondità, per lo studio della prospettiva certamente
usò la camera ottica, una scatola che recava su uno dei lati un
foro per una lente convessa e sul lato opposto un foglio translucido,
su cui si formava l'immagine capovolta e invertita destra/sinistra di
quanto entrava nell'angolo visivo della lente; essa era usata più
per scopi didattici e scientifici che artistici. Lo strumento aveva come
scopo primario quello di ingrandire i dettagli dello sfondo, più
o meno come la lente grandangolare di una macchina fotografica.
In genere i problemi di prospettiva erano risolti dai pittori con disegni
preparatori, che però Vermeer non ha lasciato, mentre su 13 dei
suoi quadri è presente nel punto ottico di sparizione un foro di
spillo, in cui certamente aveva inserito un perno al quale era fissata
una stringa con la quale aiutarsi a tracciare le linee rette convergenti.
In altre opere invece ha usato la camera ottica, come si nota essenzialmente
nella disparità di proporzioni fra primo e secondo piano e nella
resa brillante e puntinista del colore, lì dove l'immagine va fuori
fuoco. Inoltre la camera ottica permetteva di "incorniciare"
la scena, trasformando l'immagine da tridimensionale in bidimensionale,
con un grande aiuto per la composizione, come si nota dai molti ripensamenti
che Vermeer ha avuto nel posizionamento degli oggetti in una precisa organizzazione
spaziale che segue stretti rapporti geometrici dominati da linee verticali,
orizzontali e angoli retti. Altro vantaggio offerto dalla camera ottica
è che, limitando la luminosità naturale, riduce il numero
dei valori tonali, mentre l'occhio umano, simile alle attuali macchine
fotografiche con controllo automatico della luminosità, si adegua
quasi istantaneamente alle differenti situazioni di illuminazione, quindi
ha una maggior precisione visiva ma impedisce di vedere i valori relativi
delle tonalità necessari invece al pittore.
Per quanto riguarda l'uso dei colori di sicuro Vermeer il preparò
da sé, come all'epoca assai frequente. Questo era compito di solito
affidato agli apprendisti, che iniziavano la loro scuola da questa pratica
apparentemente semplice, ma bisognosa di una grande padronanza acquisibile
solo con l'esperienza. I pigmenti venivano macinati con un pestello di
marmo, incorporando poco alla volta l'olio necessario; ma avendo ogni
pigmento una diversa capacità di assorbimento, sono ovviamente
diversi i tempi di assorbimento, da incrociare con i tempi di macinazione
necessari per ottenere il grado di ruvidezza o di sottigliezza dei pigmenti
voluto dal pittore. Tra l'altro, oltre a seccarsi, taluni pigmenti perdono
presto la propria luminosità, per cui bisognava saper dosare il
loro confezionamento all'uso necessario per una giornata lavorativa e,
se avanzavano, potevano essere solo brevemente conservati in vesciche
di maiale o immersi in acqua per impedirne il contatto con l'ossigeno
(solo nel 1841 il pittore americano J. Goffe Rand brevettò un tubo
fatto con un foglio di latta). All'epoca di Vermeer era già cominciata
la produzione commerciale dei colori, che venivano normalmente venduti
presso l'apotecario, l'antico farmacista/droghiere/erborista. Ma egli,
visti la mancanza di notizie su suoi apprendisti e l'uso caratterizzante
fatto del colore, probabilmente li produsse da sé; inoltre le sue
due tinte base, un luminosissimo giallo limone e un bleu oltremare ottenuto
dal costosissimo lapislazzulo, sono troppo originali perché fossero
in produzione commerciale.
Mecenate, ricco finanziatore e amico di famiglia fu Pieter van Ruijven,
il quale acquistò almeno metà delle sue opere, che pure
ebbero prezzi di mercato piuttosto alti e quindi una clientela ristretta.
Dallo studio dell'opera del pittore però van Ruijven forse non
fu mai un committente, infatti Vermeer sembra rimanere al di fuori dei
convenzionali rapporti sociali tra committente ed artista.
Morta Magdalena, figlia di Pieter, la collezione Van Ruijven, ricca di
21 dipinti, fu messa all'asta nel 1696 dal vedovo Jacob Dissius.
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1656
La mezzana tappeto turco. Autoritratto nella figura del musicante
a sinistra? Fra le 21 pitture del catalogo di vendita 1696 della proprietà
van Ruijven / Dissius ad Amsterdam figurava un autoritratto, ma è
andato perso. |
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1657
Giovane fantesca assopita tappeto, carta geogr., quadro con Amorino,
sedia con teste di leoni e rombi |
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1657
Donna che legge una lettera davanti alla finestra tappeto, sedia,
finestra, vestito giallo e nero/bleu. Catharina? Fronte alta, naso
diritto, occhi spaziati.
Nella produzione di Vermeer le donne sono spesso rappresentate in
atto di leggere o scrivere, infatti nel sec. XVII in Olanda l'alfabetizzazione
femminile era molto diffusa. |
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1658
La stradina di Delft è uno dei soli due quadri ambientati all'esterno
e ha l'aspetto di una vista colta da una finestra. |
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1658
Soldato con ragazza sorridente carta geogr., sedia, finestra, vestito
giallo e nero/bleu. |
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1659
La lattaia Soltanto in questo dipinto e ne La merlettaia il pittore
dipinge donne intente al lavoro, ma di solito le scene evocano una
sognante oziosità. Particolare di un vetro parzialmente rotto
dal quale filtra un raggio di luce appena più luminoso. Le
maioliche per battiscopa hanno i tipici disegni azzurri di Delft a
soggetto viandante con bastone e amorino in basso a destra. Nonostante
la domestica assorta nel suo lavoro sia un simbolo di virtù
domestiche, altro elemento amoroso è lo scaldino per i piedi,
che appare spesso nei dipinti come simbolo dell'attenzione prestata
dall'uomo alla sua amante; lo scaldino inoltre nasconde al suo interno
i carboni come il cuore nasconde il fuoco della passione. Spesso in
Olanda le giovani ragazze a servizio speravano di sposarsi piuttosto
che continuare nell'attività servile. Nel pane è evidente
lo scintillante e netto puntinato, grumi rilucenti di colore usati
per ottenere una luminescenza autonoma e immateriale che sembra concentrare
anche nell'infinitamente piccolo lo sfavillio della luce solare. |
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1660
Veduta di Delft il quadro più amato da Marcel Proust, che nel
1924 ne cita il muro giallo sopra una tettoia nella Recherche. A metà
'800 fu il quadro della riscoperta di Vermeer che era caduto nell'oblio. |
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1663
Donna in azzurro che legge una lettera carta geogr.; sul tavolo è
gettata una lunga sciarpa simile a quella del turbante. Donna incinta;
Catharina? Nella pittura olandese del periodo la gravidanza è
inconsueta, perché lontana dai canoni estetici in voga. |
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1664
La pesatrice di perle cuffia, donna incinta. Catharina? La vanità?
E' la prima volta che compaiono in tanta evidenza le perle; forse
la donna con la bilancia pesava le monete d'oro e c'era un rapporto
di costo fra il peso dell'oro e quello delle perle, che nel sec XVII
erano simbolo di alto livello socio-economico. |
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1664
Donna con brocca d'acqua carta geogr., cuffia, vestito giallo e bleu. |
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1664 La suonatrice di liuto carta geogr., Catharina? Collana e orecchini.
La giacca di raso giallo bordata di pelliccia bianca compare nell'inventario
degli effetti della famiglia Vermeer redatto a fini testamentari il
29 febbraio 1676. |
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1665
Signora con collana di perle Catharina? La lussuria? Giacca gialla,
collana, orecchini. |
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1665
Signora che scrive una lettera giacca gialla, collana con nastro di
seta gialla, orecchini, fiocchi gialli e bianchi. Catharina? Il suo
sguardo verso il pittore è estremamente spontaneo e familiare. |
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1666
Ragazza con l'orecchino di perla oppure con il turbante. Una giovane
servetta? La Griet del film? E' molto difficile: la fanciulla è
probabilmente la figlia maggiore Maria di 12/13 anni. Oppure è
la coetanea Magdalena, figlia del mecenate Pieter Van Ruijven; infatti
nel 1696 questo dipinto fu messo all'asta insieme ad altri 20 Vermeer
da Jacob Dissius, marito di Magdalena. E' comunque la stessa modella
della musa della storia Clio nell'Allegoria della pittura.
Una musa? Una sibilla? Il turbante faceva parte dello stile orientale
molto in voga al momento, come il ricorrente tappeto turco; dall'inventario
risultavano appartenere al pittore due mantelli ed un paio di pantaloni
turchi. La forma del turbante è inusuale seguendo strettamente
la forma del capo, senza sovrastarlo con avvolgimenti abbondanti,
mentre la fusciacca pendente sembra stranamente annodata in cima al
capo; probabilmente si tratta della lunga sciarpa bicolore, che compare
in altri dipinti; infatti la fusciacca gialla ha una evidente fascia
verticale azzurra.
Le perle sono simbolo di vanità, ma anche di verginità.
La perla ovoidale ha forma e dimensioni esagerate, tanto che si è
pensato che Vermeer la abbia ingigantita per motivi di luminosità
pittorica, oppure che abbia riprodotto una perla artificiale, di quelle
che si cominciavano a produrre in Francia, costituite da sottili bolle
di vetro riempite di "essenza d'Oriente", un impasto di
cera bianca e scaglie di madreperla; da Venezia intanto stavano entrando
in Europa le perle coltivate. |
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1666
Allegoria della pittura oppure il pittore nel suo studio; come di
consueto la scena si svolge in un angolo molto ristretto illuminato
da sinistra. Carta geografica dei Paesi Bassi. La fanciulla è
quella del dipinto precedente, ancora con l'orecchino di perla, e
sul tavolo è gettata una lunga sciarpa gialla e azzurro chiaro
che sembra quella del turbante. |
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1667
Fantesca che porge una lettera alla signora giacca gialla, collana,
orecchini. |
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1668
L'astronomo si suppone che sia il naturalista Anthonie Van Leeuwenhoeck,
perfezionatore del microscopio, che certamente lo iniziò all'uso
della camera ottica per lo studio della prospettiva. |
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1668
Il geografo stesso personaggio del quadro precedente; maioliche per
battiscopa. |
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1669
La lettera d'amore fantesca che porge una lettera alla signora, giacca
gialla, collana, orecchini; sulla spalliera della sedia è gettata
una lunga sciarpa bicolore simile a quella del turbante. |
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1670
La suonatrice di chitarra giacca gialla, collana, orecchini, chitarra
barocca. |
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1671
Donna che scrive una lettera alla presenza della fantesca orecchini,
tappeto, maioliche per battiscopa. |
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1672
Donna in piedi alla spinetta corpetto azzurro, collana, maioliche
per battiscopa, quadro con Amorino, già nella Giovane fantesca
assopita del 1657. |
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1675
Donna seduta alla spinetta corpetto azzurro, collana, maioliche per
battiscopa, quadro con Mezzana di Dirck van Baburen, già nel
Concerto a tre del 1665 e di proprietà della suocera Maria
Thins. |
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