|
Ho
gradito molto questa rassegna ed a questo proposito vi invio in
allegato i miei commenti personali su tre film : il Partigiano Johnny,
Lista d'attesa e la Ragazza con l'orecchino di perla (quest'ultimo
commento purtroppo in parte negativo)...
LISTA
D'ATTESA
E' verosimilmente fattibile solamente nell'ideale repubblica dell'utopia
il miracolo della conversione di un mondo arido e prosciugato del
più infinitesimale rigurgito di fantasia in un paradigmatico
microcosmo a misura d'uomo, fatto di creatività, immaginazione,
inventiva e soprattutto voglia di guardare il mondo più con
gli occhi del sentimento che con quelli della ragione. E' quanto
si propone di dimostrare il regista Juan Carlos Tabio, dopo i due
film che gli hanno dato la notorietà, "Fragola e cioccolato"
e "Guantanamera, nell' agrodolce radiografia di una collettività
presa da una voglia incombente di cambiare le cose e vogliosa di
riconciliarsi con sé stessa per riscoprire il suo lato migliore,
se non altro sulle ali di un sogno destabilizzante che mira a turbare
l'assetto collettivo di un'improbabile sgangherata combriccola di
viaggiatori sull'orlo di una crisi di nervi. Miraggio? Abbaglio?
Fantasia galoppante? Anche. Ma soprattutto afflato comune che si
affida ad una navigazione onirica giocata sulla capacità
individuale di assaporare semplici emozioni primordiali celate all'interno
dell'animo umano, in primis l'amore, e poi l'amore ed ancora l'amore.
Nel suo complesso la pellicola non fa certo gridare all'entusiasmo,
specie per talune sinistre reminiscenze di situazioni e di personaggi
fatiscenti che sembrano calati di sana pianta da famigerate telenovele
brasiliane di recente memoria, ma una spiazzante penetrazione del
fantastico quotidiano determinato da un'atmosfera non priva di suggestioni
kafkiane in salsa cubana incombenti nella prima parte del film contribuisce
in buona parte a stemperare indesiderati rigurgiti nazionalpopolari
di pretta matrice televisiva. E se il lieto fine sembra essere respirato
sempre più a pieni polmoni, anzi evocato a furor di popolo
cinematografico, a causa di una certa dose di sadismo autoriale
la vicenda nel suo epilogo assume le dimensioni di un mozzafiato
thriller del sentimento che lascia in sospeso ogni minimo coinvolgimento
emotivo fino allo scoccare della parola fine.
IL
PARTIGIANO JOHNNY
IL
PARTIGIANO JOHNNY ovvero pillole di sensazioni improvvise da "Guerra
di Piero" nell'adombrato approccio di un'inutile cortesia che
l'avversario non si sarebbe degnato di ricambiare per nessun motivo.
Scene di lotta partigiana senza alcuna concessione a spettacolari
estrapolazioni da film d'azione americani (finto)patriottici. Gelide
tonalità di freddi invernali a testimonianza della pervasiva
determinazione di sparuti manipoli di anonimi "antieroi"
dal comune anelito di libertà frammisto alla spavalderia
tipica di chi è avvezzo a sfidare la morte. La figura di
un protagonista esente da qualsiasi matrice ideologica, legato solamente
al suo esclusivo concetto di dignità umana, appare abbozzata
nella roccia. Suo unico compagno fedele il diario di bordo che racconta
il grigiore di un autunno inoltrato nelle colline delle Langhe ed
i rovesci di un inverno intristito da continui scontri fratricidi
ma col partigiano Johnny sempre dalla parte giusta della barricata.
Film decisamente antispettacolare, dalle scarse sottolineature psicologiche,
dai dialoghi brevi e concisi, spietato resoconto dell'ineluttabilità
di una violenza mai teatralizzata ma resa con l'eloquente distacco
di una disillusione generalizzata, quasi completamente immerso nel
clima documentaristico di un cinema verità che ci riporta
ad una oscura realtà immanente alla nostra condizione umana
e ad un passato che credevamo ormai sepolto per sempre nei meandri
della nostra coscienza civile ma tuttora rimesso in discussione
dagli impietosi ingranaggi che determinano i flussi e riflussi della
storia. Totalizzante la scelta del colore destrutturato ed assurto
a livello di non colore, dalle tonalità spente e dall'anodina
dominante bluastra, usato in funzione puramente psicologica e strettamente
funzionale alla storia in quella sua scabra essenzialità
tesa a caratterizzare con una punta d'efficacia le livide atmosfere
che fungono da contorno alle asperità di vita partigiana.
Strettamente esponenziale di un'ideologia ispirata all'autodeterminazione
dei popoli.
LA
RAGAZZA CON L'0RECCHINO DI PERLA
Una meticolosa ricostruzione filologica caratterizza questo pretenzioso
film costantemente proteso in un'effettistica ricerca sulla luce
che, com'è noto, risulta di fondamentale importanza nei quadri
di Vermeer, vere e proprie essenze di un silenzio pullulante di
grumi di luminosità rappresi. Dominano la scena ambrate tonalità
di colore virate talvolta nel blu intensissimo degli esterni, che
avvolgono le sagome di personaggi peraltro carenti di vita interiore,
immoti nella loro perfetta fissità di manichini semoventi
totalmente privi di spessore, prodigandosi leziosamente in un andirivieni
d'interni perfettamente ricostruiti all'occorrenza ma intimamente
pregni d'una freddezza palpabile a dispetto degli sforzi di Eduardo
Serra, valido emulatore del caldo nitore delle tele vermeeriane.
Il regista indulge a lungo ed in modo alquanto compiaciuto sui primi
piani della divissima Scarlett Johansson, costantemente accarezzata
da una luce dedita a scolpirne i delicati lineamenti con morbida
discrezionalità, quasi a voler rispettare la plasticità
delle corrispettive immagini su tela e rendere in una calda gamma
tonale l'armonia di forme e colori dell'originale, cercando inoltre
di animare a "tableau vivant" le affascinanti visioni
d'interni vermeeriane. Ma a dimostrazione del fatto che il culto
dell'estetica fine a sé stessa non paga, risulta totalmente
latitante qualsiasi tentativo di sottolineatura psicologica, destinato
ad infrangersi sul nascere, schiacciato da una sovrabbondanza oleografica
tale da mandare in visibilio potenziali schiere di cultori fai-da-te
di storia dell'arte. Ed il tentativo di fagocitare i capolavori
del pittore per riproporli come referenti narrativi d'una certa
importanza ripropone alla fine l'eterno dilemma: può il cinema
essere dotato di una sua capacità significante dal momento
che sono diversi i procedimenti scritturali che lo contraddistinguono
da altre forme artistiche? Come afferma giustamente il famoso critico
Angelo Moscariello, "ogni rapporto del film con altre pratiche
artistiche dovrà basarsi sul criterio linguistico dell'equivalenza
e non su quello della semplice riproduzione." E non è
certo questo il caso della"Ragazza con l'orecchino di perla."
Lo stesso personaggio di Griet, sedicenne coinvolta suo malgrado
in una banalizzante storia di "profanazione perlacea",
dimostra un certo impaccio al cospetto della macchina da presa,
quasi stritolata da un soffocante abbraccio registico, pedinata
senza tregua seppure infruttuosamente nei vari momenti delle sue
mansioni di sguattera doc, spesso colta in flagrante in espressioni
di disappunto sempre uguali a sé stesse, al punto di scadere
alla stregua di una presenza fintamente posticcia (espressione tautologica
che rende passabilmente il concetto). Ad ogni sua minima manifestazione
di dubbio, incertezza, titubanza, stupore, sentimenti costantemente
esplicitati con il minimo dispiego possibile di partecipazione emozionale,
viene da chiedersi se la protagonista sia la stessa Scarlett Johansson
ammirata in precedenza nell'accattivante "Lost in translation".
Ovviamente appare del tutto superfluo sottolineare la fissità
cronica di Colin Firth, il suo stralunato sguardo in soggettiva
vagante nel vuoto, intento forse ad interrogare lo spettatore sulla
qualità della sua performance oppure impegnato nell'infruttuosa
ricerca della sua Bridget, assente giustificata. Ma stendere un
velo pietoso sulla sua persona e calare il sipario (pardon, la tela)
ci sembra un gesto doveroso di cortesia nei confronti di chi legge.
Luciano
|